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Donne senza uomini nell'Iran anni Cinquanta

di Elena Romanello

Finalmente è uscito nelle sale italiane Donne senza uomini, il film della regista iraniana in esilio Shirin Nesbat, liberamente ispirato al romanzo di Shahrnush Parsipur, vincitore del Leone d'Argento al Festival del cinema di Venezia dell'anno scorso.

Nella Tehran degli anni Cinquanta, tra lotte per la libertà e un colpo di stato autoritario dello scià appoggiato dagli Stati Uniti che annullerà ogni speranza, si snodano le storie di quattro donne, una cinquantenne in cerca di una nuova vita lontana da un marito autoritario appartenente all'esercito, una prostituta in fuga dal bordello dove ha visto distrutta la sua innocenza, una ragazza desiderosa di libertà e impegno civile contro un fratello integralista, un'altra ragazza molto religiosa che vede la propria vita distrutta da una violenza sessuale.

In un'atmosfera surreale e irreale rivive un'epoca in cui c'erano speranze per un mondo diverso proprio soprattutto da parte dell'altra metà del cielo, in un Paese diviso tra fermenti moderni (le idee libertarie, le foto delle dive del cinema, una certa modernità di abbigliamento e di vita sociale) e integralismo crescente (i veli, il maschilismo di fondo, le tradizioni imperanti, la repressione dall'alto).

Un film a tratto forse un po' confuso, che va colto a sensazioni e scene, per raccontare una storia eterna di desiderio di libertà: tutto quello che volevamo era trovare una nostra strada, dice una delle protagoniste, in un colpo di scena finale forse inaspettato. Interessante la fotografia, in toni seppiati, come le immagini di un'epoca fuori dal tempo, efficaci le protagoniste, volti veri e belli, sui quali passano speranze e drammi.

La dedica della regista, a tutti i morti nelle rivoluzioni per la libertà in Iran, dai moti del 1908 alle dimostrazioni del 2009, ricostruisce anche la storia personale di Shirin Nesbat, in esilio da decenni negli Stati Uniti, dissidente rispetto all'attuale regime che ha incarcerato proprio di recente il suo collega Jafar Panahi, desiderosa di raccontare le donne del suo Paese che non percepisce mai comunque come vittime.

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