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L'India dei Rajput, miniature della collezione Ducrot al Mao

di Mara Martellotta

Le miniature indiane della collezione Ducrot costituiranno il fil rouge della prima mostra temporanea organizzata dal Mao, Museo di Arte Orientale, a poco più di un anno dalla sua apertura, in programma dal 12 marzo al 6 giugno prossimi.

La collezione Ducrot comprende circa duecentocinquanta miniature indiane, che sono, in realtà, dipinti a tempera su carta di varie dimensioni, appartenenti in larga misura alle scuole pittoriche del Rajasthan, dei principati delle colline prehimalayane (pitture Pahāṛi) e dell'India centrale (Malwa). La collezione include anche un numero limitato di miniature Mugal e Deccani.

La mostra, costituita da una selezione di circa centocinquanta opere, intende presentare una panoramica degli stili e dei temi iconografici della produzione pittorica su carta che si sviluppò nell'area nord-occidentale e centrale del sub-continente indiano tra il XVII e il XIX secolo, periodo in cui alla grande potenza dell'impero musulmano Mugal si contrappose la fiera resistenza dei principi indiani Rājpūt. I Rājpūt sono clan invasori di origine Eftalita, ovvero gli Unni Bianchi, migrati in India dall'Asia centrale nel V-VI secolo e riconosciuti in seguito come casta guerriera dell'induismo. A partire dal XII secolo, con le ripetute invasioni di eserciti mussulmani, costituiti da arabi, turco-afghani e turco-mongoli, i sovrani Rājpūt si ritirarono nel Rajasthan, nelle colline prospicienti l'Himalaya e nelle giungle dell'India centrale, fondando diversi principati di tipo feudale che non riuscirono mai a creare un fronte comune nei confronti dell'invasore islamico. I Rājpūt seguivano un rigido codice cavalleresco basato sulla fierezza, sull'audacia in battaglia e sull'onore. Fieri oppositori dell'impero Mugal, i Rājput, nel corso dei secoli, furono conquistati militarmente dalla grande potenza musulmana, perdendo la loro indipendenza ma mantenendo posizioni di rilievo nell'esercito, nell'amministrazione e nella vita di corte imperiale. I Rajput seguivano un rigido codice cavalleresco basato sulla fierezza, sull'audacia in battaglia e sull'onore. Elemento caratteristico di questa aristocrazia della spada fu sempre un preciso codice d'onore dal carattere quasi religioso, che imponeva elaborate e rigide regole che dovevano essere rispettate a dispetto dell'esito della battaglia o della strategia politica. L'onore (pratap) e la gloria (kirti) che derivavano dal disprezzo della sconfitta e della morte non permisero mai ai clan di principi di elaborare una visione politica strategica: nell'epopea rajput elemento distintivo diviene infatti la morte onorevole in battaglia, ricercata con disprezzo della paura a dispetto dell'esito inevitabile del conflitto. Di fronte all'impossibilità di ogni resistenza all'assedio di una fortezza i fieri guerrieri rajput, per evitare il disonore della resa, si lanciavano nella battaglia intonando l'inno di guerra, certi di trovarvi la morte. Lo stesso codice cavalleresco imponeva alle donne il terribile rito del johar, il suicidio collettivo messo in atto lanciandosi sopra gigantesche pire di fuoco per evitare il disonore di cadere nelle mani del nemico. Malgrado l'assoluta consacrazione ad una vita marziale, i guerrieri rajput non si abbandonarono mai alla brutalità gratuita, né imposero in nessun caso una resa disonorevole al nemico sconfitto, spesso graziato dalla totale disfatta: in taluni casi, soprattutto contro gli eserciti islamici, questo atteggiamento si rivelò disastroso poiché permetteva la possibile vendetta dell'avversario. Lo stesso codice d'onore e la vocazione ad atti eroici imponevano ai Rajput di evitare ogni strategia di guerra che non fosse l'aperto conflitto in battaglia, mettendo al bando stratagemmi, attacchi a sorpresa e l'inseguimento del nemico sconfitto

La pittura Rājpūt, erede della tradizione religiosa dei manoscritti miniati, mantiene un carattere profondamente indiano nella concezione e nella scelta dei temi iconografici, all'interno, comunque, di una ricerca che vede nella dialettica con l'estetica Mugal, già debitrice nei confronti della pittura persiana, uno dei punti di maggiore rilievo. L'incontro tra i due ambiti culturali si esplicita in un proficuo scambio tra il carattere raffinato della pittura islamica e la vivacità del tratto e dei colori delle raffigurazioni Rājpūt. Le miniature, caratterizzate da un tratto netto che delinea le figure, da una campitura piena nella stesura del colore e da una prospettiva che non si cura della coerenza nella resa spaziale, presentano diverse interpretazioni stilistiche frutto della sensibilità peculiare di ogni scuola locale, ben documentate nella collezione Ducrot.

Fra i temi iconografici più antichi rappresentati nella produzione pittorica delle corti Rājpūt si trovano le raccolte di illustrazioni di "Rāgamālā", ovvero scene figurate che descrivono i modi musicali indiani, e le miniature che si ispirano alla tradizione religiosa hindū, con la raffigurazione di testi letterari e poetici, tra i quali spiccano le gesta epiche narrate nel Mahābhārata e Rāmāyana o i racconti mitici, in particolare gli amori di Kṛṣṇa con Rādhā e con le pastorelle (gopī). Parte importante della produzione pittorica Rājpūt riguarda tuttavia aspetti della vita di corte, con ritratti (anche di animali come i cavalli e gli elefanti), scene di caccia, processioni, cerimonie religiose e pitture erotiche.

Il catalogo della mostra, edito da Skira è curato da Claudia Ramasso.

"L'India dei Rajput. Miniature della collezione Ducrot"

Mao, Via San Domenico 11

Orario: martedì-domenica 10-18, chiuso lunedì. La biglietteria chiude un'ora prima

Informazioni per il pubblico: 011 4436927

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