«Sono morti due volte. È un’Italia che mi fa schifo. I potenti vincono sempre». Questo il grido di sdegno dei parenti dei sette operai morti nel rogo della ThyssenKrupp di corso Regina Margherita a Torino quella maledetta notte di dicembre del 2007.

A sei anni e mezzo da quella tragedia, il processo ai sei imputati non scrive la parola fine. La Corte di Cassazione infatti di fatto non ha espresso un giudizio. La palla ritorna alla corte d’assise di Torino per la «rideterminazione delle pene». Gli ermellini ha disposto il rinvio degli atti alla corte del capoluogo torinese.

Un calvario, quello dei parenti delle vittime del rogo, che non trova fine. In piazza Cavour davanti al Palazzaccio in cui ancora poche sono le luci accese la rabbia e il dolore spaccano la notte e urlano giustizia.

Il sei dicembre del 2007 nella linea 5 dello stabilimento torinese Giuseppe Demasi, Rosario Rodinò, Bruno Santino, Antonio Schiavone, Rocco Marzo, Angelo Laurino e Roberto Scola vennero avvolti dalle fiamme sviluppatesi dal rullo trasportatore. Morirono dopo  una penosa agonia a causa delle terribili ustioni riportate.

In secondo grado le pene erano state ridotte proprio per “blindare” la sentenza in Cassazione: all’amministratore delegato Harald Hespenhahn, la pena venne ridotta da sedici anni e mezzo a dieci, i consiglieri delegati Gerald Priegnitz e Marco Pucci, si videro condannati a sette anni; Raffaele Salerno, direttore dello stabilimento di Torino otto anni e sei mesi, Daniele Moroni, responsabile dell’area tecnica, nove anni e Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza otto anni.

La Suprema Corte pur riconoscendo la responsabilità degli imputati ha disposto un processo d’appello-bis perché le pene vengano riviste, probabilmente per essere ridotte. «La Corte, infatti, ha annullato, senza rinvio la prima sentenza d’appello limitatamente alla ritenuta esistenza di una delle circostanze aggravanti contestate agli imputati».

Bisognerà attendere novanta giorni per conoscere le motivazioni, a capire il perché della decisione dei supremi giudici.

Ora la storia è tutta da riscrivere.

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